Ciao, Mamma Consapevole! In questo articolo ti racconto del nostro percorso con il sonno di Noah e di come abbiamo affrontato le difficoltà in cui ci siamo imbattuti.
Nel caso in cui te lo fossi perso, ti ricordo che nello scorso articolo, ti ho raccontato di come ho smesso di allattare dopo 18 mesi.
Sonno – Aspettative vs realtà
Una delle prime cose che ti dicono quando sei incinta è: “Dormi ora, perché poi non dormirai mai più.” E quindi arrivi alla maternità già sensibilizzata, preparata mentalmente al fatto che il sonno sarà uno dei temi più sfidanti in assoluto.
E io, da persona informata e dopo aver seguito un corso pre-parto, sapevo anche che i neonati, in teoria, dormono tanto. Che si svegliano per mangiare, per essere cambiati, e poi si riaddormentano. Sapevo che le notti sarebbero state spezzettate ogni due o tre ore, ma anche che con il tempo tutto si sarebbe gradualmente assestato. Che i risvegli notturni sarebbero diventati meno frequenti e che i famosi pisolini diurni avrebbero regalato respiro anche a noi genitori.
Ecco, per noi non è andata così.
Il primo anno: sonno leggero, risvegli frequenti
Noah, fin da subito, è stato un bambino che non ha mai dormito a lungo. Le sue dormite erano brevi, spesso di 45 minuti, un’ora al massimo. Si svegliava continuamente, di giorno e di notte. E come ho già raccontato nell’articolo sul babywearing, anche quei micro-pisolini voleva farli addosso, sul mio corpo.
Aveva anche bisogno di poppare molto più frequentemente di quanto avessi letto o mi aspettassi: non ogni tre ore, ma anche ogni ora. Il ciclo era sempre lo stesso: poppata, cambio, breve sonno… e poi di nuovo tutto da capo.
I risvegli notturni? Decine e decine ogni notte.
I pisolini diurni? Solo in braccio.
Per addormentarsi voleva essere tenuto, contenuto, cullato.
E tutto questo, insieme al suo bisogno costante di stare in braccio anche da sveglio, ha avuto un peso enorme sul mio postparto. È stato uno degli aspetti più sfidanti della mia maternità, e credo sinceramente che abbia influito profondamente sulla mia salute mentale, già messa a dura prova.
E i consulenti del sonno?
Durante quel primo anno così intenso, mi è capitato spesso – parlando con altre mamme o leggendo online – di imbattermi nella figura dei consulenti del sonno e nello sleep training. E devo dire che ci ho pensato a lungo se affidarmi a qualcuno.
Lo dico con tutta la sincerità del mondo e con rispetto verso questi professionisti, ma ho capito che non fanno per me.
Nelle letture che avevo fatto, avevo trovato conforto nell’idea che il sonno è un processo evolutivo, e che i bambini imparano a dormire con il tempo, al proprio ritmo. Ho anche letto che i risvegli, per quanto frequenti, sono fisiologici fino ai tre anni di vita. E che hanno un significato.
Il risveglio di un neonato, ad esempio, è un segnale importante: può essere fame, sete, bisogno di contatto, disagio per un pannolino sporco, o semplicemente il desiderio di sapere che noi siamo lì.
E questo bisogno, per me, va accolto. Non va ignorato né sminuito. È parte della loro crescita, del loro sentirsi al sicuro.
Per questo, non ho mai sentito che Noah avesse un “problema” con il sonno, e quindi non ho ritenuto necessario rivolgermi a queste figure.
Lo stesso vale per lo sleep training. Esistono tante forme di sleep training – da quelle più dolci, come l’impostazione di una routine serena (che è proprio quello che facciamo noi adesso), a quelle più rigide, come lasciar piangere il bambino finché non si addormenta da solo.
Ed è vero: nella maggior parte dei casi, i bambini alla fine si addormentano. Ma io so, nel mio cuore, che non è il tipo di esperienza che voglio per mio figlio.
Voglio che Noah si addormenti sentendosi al sicuro. Sapendo che ci siamo, che può contare su di noi, anche nel cuore della notte. E voglio che cresca con questa certezza: che i suoi bisogni sono visti, sono accolti e valgono sempre la nostra presenza.
Regressioni del sonno e scatti di crescita
Un’altra cosa che ho osservato lungo il nostro percorso è quanto il comportamento dei bambini, compreso il sonno, segua delle fasi.
Ci sono giorni in cui sembrano più tranquilli, dormono meglio, si addormentano facilmente. E poi giorni in cui il sonno è più agitato, il risveglio è precoce, la pazienza è ai minimi storici, e vogliono stare solo in braccio.
Si sente spesso parlare di regressioni del sonno o di scatti di crescita, e ci sono tantissime app e strumenti online che ne parlano. Le regressioni del sonno sono momenti in cui il bambino si sveglia più spesso, fa fatica ad addormentarsi, salta i pisolini, è più nervoso. Gli scatti di crescita, invece, sono vere e proprie accelerazioni dello sviluppo che possono influenzare anche il sonno in modo negativo.
Io non metto assolutamente in dubbio che queste cose esistano. Ma quello che voglio dire è: non è necessario buttarsi a capofitto in questo mondo con gli occhi chiusi.
Quando Noah era piccolissimo, mi era stata consigliata un’app che, inserendo la data di nascita, ti mandava notifiche in tempo reale: “Sta per arrivare una regressione!”, “Tra due giorni inizierà uno scatto di crescita!”.
Ecco, io l’ho provata. E poi l’ho disinstallata in fretta.
Non ne vedevo il beneficio. Anzi, a volte l’effetto era il contrario: magari stavo vivendo giorni più sereni, in cui tutto sembrava più semplice… e arrivava la notifica a ricordarmi che tra poco sarebbe finita la pace. E io, invece di godermi quel momento, cominciavo ad aspettarmi il peggio.
Per me, questo tipo di approccio non aiutava. Anzi, aggiungeva ansia dove cercavo leggerezza.
Ovviamente è un’esperienza personale. Ci sono genitori che trovano conforto nel tenere traccia di tutto, nel sapere cosa aspettarsi. Ma per me, ciò che ha davvero fatto la differenza è stato accettare che ogni giornata è a sé.
Il sonno di un bambino può essere influenzato da mille cose: la dentizione, il tipo di attività della giornata, se ha fatto troppo o troppo poco, se è sovrastimolato o annoiato.
E allora, piuttosto che cercare la causa perfetta o il nome da dare a ogni notte storta, ho imparato a osservare Noah, ad ascoltarlo, ad assecondare i suoi bisogni… e poi a lasciar andare.
Se una sera va male, va male. Non importa se è una regressione, uno scatto, la luna piena o solo una giornata no.
Quello che conta è essere lì, fare spazio, accogliere, e poi ripartire il giorno dopo. In fondo, è questo l’unico modo che conosco per prendermi cura davvero.
Il cambiamento: l’ingresso al nido
Poi, intorno all’anno, qualcosa è cambiato.
Noah ha iniziato l’asilo nido e lì ha imparato a dormire in autonomia, nel suo lettino, accanto agli altri bambini.
Le educatrici ci hanno raccontato che non lo hanno mai lasciato piangere, né imposto nulla. Inizialmente lo cullavano un po’, ma poi è stato lui stesso a osservare gli altri bambini più grandi e a imitarli. Ha iniziato ad addormentarsi da solo, serenamente, nel suo spazio.
Questa cosa mi ha dato tanta tranquillità e anche speranza. Mi sono detta: se riesce a farlo al nido, allora può farlo anche a casa. E così ho iniziato, poco a poco, a seguire quella stessa scia.
Ho riprovato più spesso a metterlo nel lettino per i pisolini, cosa che in passato evitavo perché sapevo che si sarebbe svegliato dopo pochissimo, e a quel punto sarebbe stato tutto da rifare. Ma ho voluto dargli fiducia. E davvero, piano piano ha iniziato a dormire anche a casa nel suo lettino: prima mezz’ora, poi 45 minuti, poi anche un’ora intera.
Lo scatto dell’anno e mezzo: la fine dell’allattamento
L’altro grande cambiamento è arrivato intorno ai 18 mesi, quando ho deciso di smettere di allattare.
Lo dicono in tante, ma anche per me è stato così: smettere di allattare ha migliorato tantissimo la qualità del sonno, sia di giorno che di notte.
Noah ha iniziato ad addormentarsi senza più cercare il seno, e questo ha fatto la differenza. Anche quando si svegliava tra un ciclo di sonno e l’altro, riusciva a riaddormentarsi da solo, senza cercare il seno come modalità di conforto.
Anche i risvegli notturni, che prima erano continui, si sono drasticamente ridotti. Ora capita che si svegli una sola volta, oppure nessuna. E per me – per noi – è stato un cambiamento enorme.
Conclusione
Il nostro percorso con il sonno non è stato semplice, lineare o prevedibile. È stato stancante, a volte frustrante, spesso faticoso. Ma è stato anche profondamente umano, e profondamente nostro.
Se c’è una cosa che ho imparato, è che ogni bambino ha il suo tempo, e che forzare certe tappe raramente porta serenità. A volte è proprio nel lasciarli fare al loro ritmo che si aprono spazi nuovi, più leggeri, più stabili.
E sì, anche per noi genitori arriva, prima o poi, quel momento in cui si dorme. Magari non sarà perfetto, magari non sarà per sempre… ma quando arriva, ti sembra un miracolo.
E forse lo è davvero.
Grazie per essere qui, per aver letto il mio post e per aver intrapreso questo viaggio con me. La maternità è un cammino ricco di sfide, ma anche di infinite gioie. Una Mamma Consapevole nasce per offrire uno spazio di condivisione, sostegno e riflessione lungo questo percorso. Non vedo l’ora di continuare a raccontarti la mia esperienza e di conoscere anche la tua.
Ricorda — non sei sola in questo viaggio. Connetti con me attraverso il blog e i social media, e costruiamo insieme una comunità di mamme consapevoli e forti. A presto, Mamma Consapevole!
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