Ciao Mamma Consapevole,
oggi, in questo spazio, ti racconto del nostro percorso con l'asilo nido, tra alti e bassi, mentre siamo alle prese con una nuova sfida che ci sta mettendo alla prova.
Ti ricordo che nell'articolo precedente ti ho parlato dei miei buoni propositi per il 2026. Lo trovi qui!
Asilo si o asilo no? Siamo alla seconda settimana di gennaio e questa e la domanda che mi rimbomba in testa. Ma prima, un passo indietro...
Noah ha iniziato l’asilo nido poco dopo aver compiuto un anno, in concomitanza con la fine del mio periodo di maternità e il mio previsto rientro al lavoro. Proprio il primo giorno del mio rientro, dopo un anno di maternità, sono stata licenziata (ma questa è una storia che merita uno spazio a sé).
Nonostante ciò, ho scelto di continuare a mandare Noah all’asilo, anche se, da un punto di vista pratico, non c’era più una reale necessità immediata. È stata una decisione molto consapevole. Io e mio marito viviamo all’estero e possiamo contare solo l’uno sull’altra: non abbiamo nonni, zii o una rete di supporto vicina. Lui lavora tutto il giorno fuori casa e il primo anno di Noah, per me, è stato estremamente impegnativo, sia dal punto di vista fisico che mentale.
Ero spesso sopraffatta, in uno stato di allerta continuo. Noah era quasi sempre tra le mie braccia: lo allattavo, dormiva addosso a me, le notti erano frammentate e turbolente, come ho raccontato più volte. Ero costantemente stanca, esausta.
Sentivo il bisogno di avere del tempo per me. Ho quindi accolto con convinzione l’inserimento all’asilo nido, decidendo che mi sarei messa in proprio nel giro di qualche settimana e che, nel frattempo, avrei provato a recuperare un po’ di energie, sia fisiche che mentali. Avevo bisogno di riscoprirmi al di fuori della mia identità di mamma, di ritrovarmi come persona, come donna e come professionista.
L’inserimento di Noah è stato, naturalmente, molto graduale: poche ore, pochi giorni alla settimana. Poi, lentamente, siamo arrivati al tempo pieno, cinque giorni a settimana. Io mi sentivo serena. Durante il tempo in cui lui era all’asilo, lavoravo, portavo avanti i miei progetti e, una volta tornata a prenderlo, potevo dedicarmi a lui con maggiore presenza.
E anche Noah stava bene. Non c’erano drammi al momento del distacco, quando lo lasciavo al cancello del nido con le educatrici. All’asilo faceva ciò che faceva anche a casa: mangiava quando era ora di mangiare, dormiva quando era il momento di dormire, giocava quando c’era da giocare.
Il tempo pieno e la mancanza del tempo insieme
Febbraio 2025
Quando Noah ha compiuto un anno e mezzo, ho smesso di allattare. Poco dopo lo abbiamo spostato nella sua cameretta e le nostre notti sono migliorate in modo significativo. A breve distanza di tempo, abbiamo tolto anche il pannolino.
È stato come se, all’improvviso, stare con lui fosse diventato più semplice.
Non sono mai stata una di quelle mamme che rimpiangono i primi mesi con un neonato. Al contrario, più Noah cresce e più trovo facile (e divertente) occuparmi di lui. In quel periodo è avvenuto soprattutto un cambiamento in me: mi sentivo meglio, più stabile, più presente. E anche il tempo passato con lui, da sola, era diventato molto più gestibile.
Proprio per questo, però, ho iniziato a soffrire il fatto di passare così poco tempo insieme.
Le poche ore che avevamo la sera non mi lasciavano soddisfatta. Anzi, spesso mi lasciavano con un senso di amaro. Erano le ore in cui i bambini sono più stanchi, più nervosi, più soggetti a crisi emotive, meno collaborativi.
Molto spesso la nostra routine era questa:
- lo andavo a prendere al nido,
- gli preparavo da mangiare,
- poi la doccia o bagnetto,
- il pigiama
- e infine la nanna.
E basta.
Avevo la sensazione che il tempo che passavamo insieme non fosse sufficiente, né in quantità né, soprattutto, in qualità. Sentivo che la sua infanzia mi stava scivolando tra le mani.
La riduzione del tempo pieno
Settembre 2025
Dopo che Noah ha compiuto due anni, qualcosa ha iniziato a muoversi, lentamente.
Da una parte lui è cresciuto ancora: ha iniziato a parlare sempre meglio, a dormire con più continuità, ha perso l’unico pisolino che faceva durante il giorno.
E io, di riflesso, mi sono innamorata ancora di più dell’averlo intorno, del giocare con lui, del passare tempo insieme.
Dall’altra parte, però, ha iniziato a protestare per il nido.
Non so esattamente perché. Forse perché, con il compimento dei due anni, ha cambiato “classe”: gli amichetti erano gli stessi, ma gli ambienti e le educatrici erano diversi. Fatto sta che aveva smesso di entrare volentieri al mattino e aveva iniziato a chiudersi un po’ in se stesso.
Le maestre mi dicevano che mangiava meno, che tendeva a stare sulle sue, che partecipava alle attività, sì, ma senza grande entusiasmo. All’inizio della giornata si metteva spesso in disparte, per poi sbloccarsi nel pomeriggio.
A casa aveva iniziato a dirmi: «Mamma, io non voglio andare all’asilo». Spesso lo diceva appena sveglio, come prima cosa al mattino. Anche quando lo mettevo in macchina, scattava subito il: «Mamma, no asilo», perché temeva che lo stessi portando lì.
All’inizio pensavo fosse normale. Un po’ come quando noi adulti non vogliamo andare al lavoro e preferiremmo restare nel comfort di casa. Poi, però, sono arrivati i pianti.
E che pianti.
Appena vedeva il nido si aggrappava a me e, nel momento in cui lo passavo alle educatrici, piangeva e gridava “mamma”. Scene che, ancora oggi, se ci penso, mi fanno venire le lacrime agli occhi. Le educatrici erano quasi costrette a strapparmelo dalle braccia: uno scenario lontanissimo da quello che avrei voluto per lui.
Ed è proprio questo che mi ha portata a prendere una decisione.
Ho deciso di ridurre le mie ore di lavoro e i giorni di nido, passando da cinque a quattro giorni a settimana, tenendo Noah con me il mercoledì.
Quel giorno è diventato il nostro spazio. Un tempo tutto nostro, in cui ogni settimana facevamo cose diverse: mostre, musei, gite, passeggiate, appuntamenti con altri bambini, eventi. Non avrei potuto essere più felice di quella scelta.Così settembre, ottobre, novembre e dicembre sono volati.
A dicembre, con l’arrivo delle vacanze di Natale, avere Noah sempre con noi è stato bellissimo. Non avere più quello che era diventato un pensiero fisso per me “domani c’è il nido”, poter organizzare giornate pensate per tutta la famiglia, ma anche semplicemente averlo a casa con me, a seguirmi nelle cose quotidiane.
Più si avvicinava gennaio e il ritorno al nido, più stavo male. Convivevo con un forte senso di colpa. Avevo la sensazione che mandarlo all’asilo sarebbe stato sbagliato: per lui, ma anche per me.
Ed è allora che ha iniziato a farsi strada un’idea: ridurre ulteriormente i giorni di asilo.
E così ho fatto.
Solo due giorni al nido
Gennaio 2026
Da gennaio, questa è la seconda settimana in cui Noah va al nido solo due giorni: il mercoledì e il giovedì.
In quei due giorni mi dedico al lavoro e ai miei progetti, integrando con la sera e i weekend. E devo essere sincera: non mi pesa affatto, perché sono anche momenti in cui Noah può godersi il suo papà, che durante la settimana vede già poco a causa del lavoro.
Posso dire che in questa nuova routine ci sentiamo tutti molto bene e, per ora, ho la sensazione di aver trovato un equilibrio che funziona davvero.
Cambiare asilo? Posticipare?
A volte, la sera, mi ritrovo ancora con mille pensieri. Pensieri legati al fatto che Noah non entra più al nido con la serenità di una volta, nemmeno in quei due giorni a settimana in cui lo frequenta, anche se, per fortuna, la situazione sembra migliorare piano piano.
Nel concreto, mi trovo davanti a due possibili strade.
La prima è cambiare asilo.
Sto valutando una struttura completamente all’aperto, immersa nella natura, un ambiente che so gli piacerebbe moltissimo. Allo stesso tempo, però, non posso ignorare ciò che questo comporterebbe: un nuovo inserimento, nuove educatrici, nuovi bambini, un altro ambiente ancora. Ho paura che, scegliendo questa strada, possa non trovarsi bene nemmeno lì e che tutto questo cambiamento si riveli vano.
La seconda strada che sto considerando è mettere in pausa il nido. Lasciare perdere per ora e riprendere magari a settembre, o addirittura direttamente con la scuola dell’infanzia il prossimo anno.
Lo dico con molta sincerità: sono molto combattuta.
Da una parte credo sia importante spronare i nostri bambini, aiutarli a uscire dalla loro zona di comfort, insegnare che il cambiamento fa parte della crescita. Dall’altra, però, non voglio ignorare un disagio che mi sembra evidente. Un disagio che può dipendere dal carattere di Noah, da qualcosa che ha vissuto e che non è ancora in grado di raccontarmi, o semplicemente da un ambiente che, in questo momento, non è più adatto a lui.
Mi sento profondamente fortunata perché mi trovo in una situazione che mi permette di scegliere se mandarlo al nido e con quale frequenza. Ne sono consapevole e non lo do per scontato. Non voglio essere fraintesa.
Ho voluto condividere questa riflessione perché sto attraversando un momento delicato e personale e perché so di non essere la sola ad affrontare una situazione simile. Se hai voglia, scrivimi pure se hai un'esperienza simile da raccontare o un consiglio da offrire!
Se ti fa piacere, ho condiviso queste riflessioni anche in formato video. Ti lascio il link qui!
Grazie per essere arrivata fin qui, spero che questo articolo ti sia piaciuto!
Ti ricordo di iscriverti alla newsletter, per non perderti nessun mio contenuto.
Ti auguro il meglio per il resto della tua giornata!
Ricorda... non sei sola in questo viaggio. Qualcuna, da qualche parte, sta provando le stesse cose.
Un abbraccio,
Alice, Una Mamma Consapevole