Il mio postparto tra baby blues e solitudine

Il mio postparto tra baby blues e solitudine

Ciao, Mamma Consapevole! In questo articolo, ti racconto di come ho vissuto il mio postparto, condivido con te alcune riflessioni e ti porgo, in punta di piedi, i miei consigli e suggerimenti per vivere al meglio questa fase della tua vita.

Nel caso in cui te lo fossi perso, ti ricordo che nello scorso articolo, ti ho raccontato del nostro rientro a casa dopo quattro giorni in ospedale e di come sia stati entusiasmante e sfidante, allo stesso tempo.


Il mio postparto

Ci sono frasi che non ci si aspetta di pronunciare. Soprattutto dopo un evento così grande, così potente, così pieno di aspettative come la nascita di un figlio. E invece, io quella frase l’ho detta.

«Non sono felice.»

Non l’ho detta ad alta voce subito. Prima l’ho sussurrata dentro di me, mentre stringevo Noah tra le braccia e sentivo una tristezza che non sapevo spiegare. E poi, pian piano, ho trovato il coraggio di dirla. Di ammettere che quel ritorno a casa tanto sognato non era come lo immaginavo. Che il mio post-parto non profumava di biscotti e coccole, ma di pianto, stanchezza, confusione, solitudine.

Come stavo fisicamente durante il mio postparto

A livello fisico, le prime settimane dopo il parto sono state molto più difficili di quanto mi aspettassi. I due problemi principali erano legati da un lato al parto, e dall’altro all’allattamento.

Il primo dolore, e sicuramente il più forte, era nella zona intima. Nei primissimi giorni dopo il parto, incredibilmente, non avevo quasi nessun fastidio, e vi avevo anche raccontato quanto fossi sorpresa di stare così bene. Ma poi, giorno dopo giorno, il dolore ha iniziato ad aumentare. Nonostante usassi l’impacco freddo — di cui ti parlo nell’articolo sugli essenziali del post-parto — il dolore diventava sempre più forte. Arrivò al punto che non riuscivo a stare né in piedi, né seduta, né sdraiata di lato. Movimenti semplici come alzarmi dal letto o sedermi mi facevano vedere le stelle. Già sarebbe stato difficile così anche senza un neonato, ma con un bambino da accudire la situazione era praticamente ingestibile. Avevo spesso le lacrime agli occhi dal dolore.

Ho tenuto duro per giorni, finché a una visita con la mia ostetrica sono scoppiata a piangere tra le sue braccia. La sua visita, in realtà, andò bene: non c'era nessuna infezione, nessun problema visibile. Ma, raccontandole che il dolore fosse talmente intenso da rendere impossibile affrontare anche le cose più semplici, lei si convinse a darmi degli antidolorifici. Posso dirlo senza esagerare: mi hanno salvata. Li ho presi per qualche giorno e finalmente ho iniziato a sentirmi di nuovo presente nel mio corpo.

Il secondo tipo di dolore era decisamente più gestibile, ma comunque fastidioso: il dolore al seno e ai capezzoli dovuto all’allattamento. Quando arriva la montata lattea, il seno si gonfia e fa male — non è un dolore insopportabile, ma è un fastidio continuo. Ai capezzoli invece avevo proprio dolore, che ho affrontato con le coppette in argento e la crema lenitiva, come ti racconto nell’articolo sugli essenziali per il post-parto.

Oltre a questi dolori localizzati, mi sentivo estremamente debole. Credo fosse legato a una forte emorragia avuta durante il parto, ma sicuramente anche al fatto che non riuscivo a dormire. Noah voleva stare sempre in braccio, o essere allattato, o veniva svegliato da un pannolino da cambiare. E io volevo tenerlo sveglia, tra le braccia. Non dormivo, ma soprattutto… non mangiavo.

Il fatto di non mangiare me lo spiego solo con il mio stato emotivo — di cui ti parlerò tra poco. Non avevo fame, semplicemente. Ma considerando il parto lungo, la perdita di sangue, la mancanza di sonno e l’assenza di cibo… ero letteralmente una pezza. Provavo comunque a darmi da fare, uscivo a fare brevi passeggiate nel quartiere, ma bastava un piccolo sforzo in più per sentirmi crollare.

Questa situazione fisica è andata avanti per circa un mese e mezzo. Poi, piano piano, le cose sono iniziate a migliorare. Quando l’allattamento si è avviato davvero, il seno ha smesso di essere così gonfio e dolorante e i capezzoli hanno smesso di farmi male. Poi, laggiù, i punti sono caduti, la ferita ha iniziato a guarire. E, infine, anche la fame ha iniziato a tornare.

Posso dire che dopo le prime 4-6 settimane difficilissime, a livello fisico, ho iniziato finalmente a riprendermi.

Come stavo emotivamente durante il mio postparto

Emotivamente, stavo molto male. Lo dico senza mezzi termini, senza cercare di addolcire.

E se a livello fisico posso dire di essermi ripresa nel giro di 4-6 settimane, a livello emotivo la guarigione è iniziata davvero dopo i primi sei mesi di Noah. Ma solo al compimento del suo primo anno ho iniziato a sentirmi di nuovo me stessa.

Cosa intendo? Intendo che mi sentivo spenta. Non riuscivo a sentirmi felice, appagata, grata, nonostante stessi vivendo la vita che avevo sempre desiderato. La vita che sognavo da bambina, da ragazza. La vita che io e Daniele avevamo progettato, immaginato, costruito con amore.

Eppure, non ero felice.

Ero piena di rabbia, nervosismo, frustrazione. Sempre intrattabile. Con Noah riuscivo a essere gentile, dolce, paziente, affettuosa. Ma solo con lui. Come se mi sforzassi di esserlo, perché sapevo che era giusto esserlo. Ma con tutti gli altri, Daniele incluso, ero completamente assente.

E la verità è che, in certi momenti, avrei voluto scomparire. Non volevo avere a che fare con nessuno. Mi rendevo conto che mi stavo comportando male, che ero distaccata, ruvida, chiusa, ma non riuscivo a fare altrimenti. Perché dentro ero piena, carica, strabordante di emozioni negative che non sapevo gestire.

E con Noah? Con Noah sentivo amore, sì, ma non ero ancora innamorata di lui, non nel modo profondo e travolgente in cui lo sono oggi.

Lo amavo, certo. Ma non vedevo l’ora che arrivasse Daniele per prenderlo dalle mie braccia. Volevo solo qualche minuto per me.

Ricordo un giorno in particolare, in cui ero talmente disperata che pregavo che qualcuno venisse a prenderlo, anche solo per mezz’ora, per darmi un attimo di respiro, di silenzio. E lo so quanto può sembrare dura da dire, ma è stato vero.

Ed è proprio per questo che, come ti dicevo prima, sono convinta che la mia esperienza sarebbe stata diversa se avessi avuto la mia famiglia accanto. Perché non avere nemmeno cinque minuti per andare in bagno in tranquillità, per giorni e giorni, può logorarti.

E sì, lo so che non sono l’unica mamma ad averlo vissuto. So che tante si ritroveranno nelle mie parole. E so anche che tante altre, pur vivendo situazioni simili, le avranno affrontate in modo diverso, forse meglio.

Ed è anche questo il bello della maternità: ci attraversa in modi diversi, ci mette alla prova in modi unici.

Baby blues e solitudine

Per i primi sei mesi di Noah — e a tratti potrei dire anche per tutto il primo anno — ho vissuto in modalità sopravvivenza. Mangiare? Poco. Bere? Ancora meno. Davo il 100% di me stessa per prendermi cura di lui. Uscivamo, lo portavo a giocare, facevamo passeggiate, andavamo al parco. Eppure dentro… morivo. Mi sentivo vuota, spenta, non felice. Aspettavo solo che arrivasse Daniele la sera, e molto spesso, soprattutto nelle prime settimane e nei primi mesi, appena lui varcava la porta… scoppiavo a piangere. Era come se finalmente potessi liberare tutti quei sentimenti negativi che durante il giorno avevo tenuto chiusi, nascosti, ingoiati.

La notte, poi, non ne parliamo. Dal quarto mese in poi — fino ai suoi 18 mesi — Noah ha fatto in media 10 risvegli a notte. Dieci. Ogni. Notte.

E così, giorno dopo giorno, non c’era recupero possibile.

Secondo me, nel mio caso, è stato un insieme di fattori: da una parte il classico baby blues, quella fragilità ormonale che spesso accompagna il post-parto e rende tutto più instabile. Dall’altra parte, la mia situazione concreta: la solitudine, la mancanza di una rete familiare vicina, il sonno inesistente, il non riuscire nemmeno a nutrirmi o a concedermi una doccia tranquilla.

Un mix che ha fatto da detonatore per un malessere profondo, che ho faticato a riconoscere, a nominare, e poi — pian piano — ad attraversare. Ma ci sono passata dentro. E oggi, raccontarlo, per me significa legittimare anche te, se ti sei sentita o ti stai sentendo allo stesso modo. Non sei sola. Non sei sbagliata. E soprattutto: non sei meno mamma perché hai attraversato tutto questo.

Il punto di svolta

Quando Noah ha compiuto un anno, ha iniziato ad andare all'asilo nido. E io ho iniziato ad andare in terapia.

È stato il punto di svolta.

Il fatto che lui iniziasse il nido mi ha restituito qualcosa che non avevo più: il tempo per me stessa.

Il tempo per fare una doccia senza fretta, per mangiare un pasto completo, per lavorare di nuovo — cosa che non vedevo l’ora accadesse. E poi, ancora più importante, il tempo per curarmi dentro: per andare in terapia, per mettere ordine a tutto quello che avevo vissuto.

La terapia mi ha aiutata a inquadrare bene quei mesi, a perdonarmi, ad accogliere quella parte di me che avevo giudicato duramente. Mi ha fatto capire che non ero sbagliata, che è normale, che quello che ho vissuto è più comune di quanto si pensi. Che tante donne, anche se non lo dicono, si sentono come mi sono sentita io.

E se oggi ti scrivo tutto questo, è anche per restituire quello che io avrei voluto leggere quando stavo male. È anche per questo, lo sai, che ho creato Una Mamma Consapevole: per raccontarmi con autenticità, per condividere, ma soprattutto per farti sentire meno sola.

Se anche solo una di voi leggendo queste parole si sente capita, accolta, meno sbagliata… allora ha già avuto senso.

«Sono felice»

Oggi posso dirti che quella frase — «non sono felice» — non mi fa più paura. È stata vera in quel momento, ma non lo è rimasta per sempre.

La felicità è arrivata a modo suo. Non all’improvviso, non perfetta, non come me l’ero immaginata. Ma è arrivata. Ho solo dovuto aspettare. Dare tempo al tempo, lasciare che tutto si assestasse.

E adesso, che sono mamma da più di un anno e mezzo, non potrei essere più felice di così.

Adoro passare il mio tempo con Noah. Lo amo profondamente. Ma soprattutto, sono innamorata di lui. Mi fa venire le farfalle nello stomaco guardarlo, un suo abbraccio, una sua carezza, i suoi baci. Giocare insieme, vivere piccole avventure, vederlo scoprire il mondo. Sentirlo chiamarci “mamma” e “papà”… non te lo so nemmeno spiegare.

È un’emozione che riempie tutto, che illumina ogni angolo buio, che scaccia le ombre che c’erano prima. Nel mio cuore, adesso c’è solo luce. E quella luce me la tengo stretta. Perché so cosa vuol dire attraversare il buio. E adesso so che, anche quando sembra impossibile, la luce può tornare.


Conclusione

Forse in questo articolo ho fatto un po’ di confusione. Ho mescolato baby blues, solitudine, stanchezza, ferite fisiche e ferite emotive.

Mi sono dilungata, è vero. Ma quando vivi qualcosa così intensamente, è difficile separare le emozioni con precisione chirurgica. E poi, avendolo vissuto in prima persona, per me è impossibile sapere come sarebbe andata se avessi avuto la mia famiglia accanto.

Forse sarebbe stato tutto più semplice. Forse no. Forse quel malessere doveva comunque fare il suo corso.

Ma una cosa la so con certezza: raccontarlo è il primo passo per guarire davvero.

E se ti sei sentita come me, ti abbraccio. Ti vedo. E ti dico: va bene così.

Grazie per essere qui, per aver letto il mio post e per aver intrapreso questo viaggio con me. La maternità è un cammino ricco di sfide, ma anche di infinite gioie. Una Mamma Consapevole nasce per offrire uno spazio di condivisione, sostegno e riflessione lungo questo percorso. Non vedo l’ora di continuare a raccontarti la mia esperienza e di conoscere anche la tua.

Ricorda — non sei sola in questo viaggio. Connetti con me attraverso il blog e i social media, e costruiamo insieme una comunità di mamme consapevoli e forti. A presto, Mamma Consapevole!

Se questo articolo ti è piaciuto e ti ha fatto riflettere, mi farebbe piacere sapere la tua opinione! Puoi seguirmi su Instagram e condividere la tua riflessione con un commento o un messaggio privato. Il confronto tra mamme è sempre prezioso, non vedo l’ora di leggere cosa ne pensi!

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