Il mio parto naturale di 23 ore

Il mio parto naturale di 23 ore

Ciao, Mamma Consapevole! Eccomi, munita del mio Diario della Gravidanza, a raccontarti del mio parto naturale!

Nel caso in cui te lo fossi perso, ti ricordo che nello scorso articolo, ti ho raccontato di sei cose che ho fatto durante il terzo trimestre di gravidanza per prepararmi al meglio al parto, che si sono rivelate preziose sia per il mio benessere fisico che mentale. Iniziamo!


La 38esima settimana

Ho partorito a 38 settimane e mezzo, quindi prima del termine pieno della gravidanza — e sinceramente, mai me lo sarei aspettato. Essendo la mia prima gravidanza, ero convinta che sarei andata oltre. Anzi, mi aspettavo di arrivare una o due settimane dopo la data presunta, come spesso accade con il primo figlio.

Se non l’hai ancora fatto, ti invito a leggere l’articolo sul mio piano parto, in cui racconto quello che era il mio parto ideale, le scelte che avevo preso a riguardo e come mi ero immaginata quel momento.

Te lo dico subito: alcune cose sono andate secondo i piani, altre decisamente no.

La prima cosa che non è andata come previsto è che non sono mai riuscita nemmeno ad andare in maternità. Avevo pianificato di iniziare il congedo alla 39ª settimana, per concedermi almeno una (ma possibilmente di più) settimana di relax e preparazione prima del parto.

Nella mia testa c’era l’idea di sistemare le ultime cose, godermi un po’ di tempo per me e aspettare l’arrivo di Noah con calma.

Ma non è andata così. Le acque si sono rotte alla 38ª settimana, e da quel momento tutto è cambiato.

Sì, sono andata ufficialmente in maternità quel giorno stesso, ma non ci sono mai state quelle giornate tranquille e leggere che avevo immaginato.

Ecco, diciamo che è stato un inizio decisamente diverso da quello che avevo previsto.

La rottura delle acque

La data presunta del parto era il 17 agosto, quindi ero convinta di avere ancora un po’ di tempo davanti a me. E invece, l’8 agosto, intorno alle 13:30, mentre ero sul divano a lavorare e sorseggiavo il mio caffè, mi si sono rotte le acque.

Ho sentito una sensazione strana, come se qualcosa si fosse “mosso” dentro di me, uno “scatto” improvviso. Era una sensazione insolita, quindi mi sono alzata subito… e da lì, tutta quell’acqua!

Sono rimasta sorpresa, sconvolta e allo stesso tempo emozionata: un mix di felicità e paura che mi ha fatto scoppiare in lacrime.

Ho chiamato subito mio marito, che era al lavoro, e poi mia mamma, che mi ha tenuto compagnia al telefono mentre lui correva a casa. Nel frattempo, ho contattato anche il centro nascite, come mi era stato indicato, e l’ostetrica mi ha consigliato di andare subito per un controllo.

Mio marito è arrivato a casa verso le 14:00. Abbiamo preso alcune delle nostre cose e siamo andati in ospedale. Una volta lì, mi hanno visitata : fortunatamente era tutto a posto, e non c’era motivo per trattenermi, dato che le contrazioni non erano ancora iniziate.

Sapevo che, avendo rotto le acque, il travaglio sarebbe iniziato entro le 24 ore, se non prima. E solo questo pensiero mi ha dato una forza incredibile, un senso di speranza e di gioia difficile da descrivere. Non potevo credere che avrei partorito a 38 settimane!

Così tante persone mi avevano detto che i primi figli nascono tardi, mai prima della 41ª settimana, e quindi ero davvero convinta che sarebbe stato lo stesso anche per me.

Siamo tornati a casa. Mi sentivo abbastanza bene e così, presa da un’energia tutta mia, ho dato una sistemata veloce alla casa, con l'idea di lasciarla in ordine per il nostro ritorno futuro dall’ospedale.

L'inizio delle contrazioni

Alle 16:30 sono iniziate le prime contrazioni! Eravamo piuttosto felici, perché questo significava che non sarebbe stato necessario indurre il parto. E poi, lo ammetto: ero convinta che avrei partorito quel giorno stesso. Mi dicevo: “Ok, è l’8 agosto… sarà il giorno in cui nascerà Noah.” Spoiler: non andrà proprio così.

Ho messo un po’ di musica e ho iniziato a respirare con calma durante ogni contrazione, appoggiandomi alla mia fidata palla da yoga. Nelle settimane precedenti avevo già sperimentato le contrazioni di Braxton Hicks, ovvero le cosiddette false contrazioni o contrazioni preparatorie. Si tratta di indurimenti temporanei e irregolari dell’utero, non dolorosi ma molto evidenti, che il corpo inizia ad avere quando si avvicina il parto. Quindi la sensazione non mi era nuova, ma sapevo che stavolta era diverso: stavolta era davvero iniziato tutto.

Intorno alle 18:00 le cose sono diventate più intense e ho iniziato a usare il dispositivo TENS, che avevo affittato e inserito nella borsa per il parto. Mi ha aiutata davvero tanto! Se stai considerando di provarlo, te lo consiglio di cuore.

Dalle 18:00 alle 22:00 le contrazioni sono aumentate sia in intensità che in durata. Le stavamo monitorando con un’app, registrando quanto tempo passava tra una contrazione e l’altra e quanto duravano. Nel frattempo, abbiamo chiamato più volte il centro nascite per aggiornare le ostetriche su come stava procedendo. Abbiamo anche ordinato qualcosa da mangiare, ma alla fine sono riuscita a mangiare solo qualche patatina fritta.

Alle 22:00, le ostetriche ci hanno detto che era il momento di andare in ospedale.

L'arrivo al centro nascite

A quel punto il dolore era davvero intenso. Andare fino alla macchina è stato uno sforzo enorme, ma camminare dal parcheggio al centro nascite è stato ancora peggio. Appena arrivati, mi hanno visitata per verificare la dilatazione. Quello è stato uno dei momenti più dolorosi di tutta l’esperienza… e quando mi hanno detto che ero solo a 1 cm non potevo crederci. Con il tipo di dolore che provavo, la frequenza e l’intensità delle contrazioni, ero convinta di essere almeno a metà strada. La delusione è stata grande.

Poi ci hanno accompagnati nella nostra stanza. E lì, nonostante tutto, mi sono sentita grata. Ero riuscita ad avere proprio la stanza con la vasca per il travaglio in acqua, cosa che non era affatto scontata, perché dipendeva dalla disponibilità del momento. Tra una contrazione e l’altra, mi rendevo conto che ero esattamente dove mi ero immaginata tante volte: nella stanza del centro nascite, con le luci soffuse, la mia musica, solo io e mio marito. Ogni tanto passava un’ostetrica o un’infermiera per controllarmi, ma per il resto ci hanno lasciati in totale tranquillità – esattamente quello che desideravo, almeno fino all’arrivo della fase espulsiva. Ero lì, nel mio spazio sicuro.

Ormai era chiaro che Noah non sarebbe nato l’8 agosto. Eravamo arrivati intorno alle 22:30 e, una volta sistemati, ho cercato di mettermi comoda e trovare il modo di affrontare le contrazioni nel miglior modo possibile. Ho cambiato posizione spesso, mi sono appoggiata alla parete, alla palla, alla vasca… cercando ogni volta una nuova strategia per restare nel flusso, per non farmi travolgere dal dolore.

La cosa che più mi ha aiutata — e che avevo letto in tanti libri — è che non bisogna resistere alle contrazioni, ma assecondarle. Ogni contrazione è una spinta in avanti, un’onda da attraversare, e l’unico modo per viverla è lasciarsi andare, un respiro dopo l’altro. È stato questo il mio mantra: non oppormi, ma accompagnare ogni onda, fidarmi del mio corpo, essere lì, presente, viva.

L'anestetico

E così, tra una cosa e l’altra, sono arrivate le due di notte. Se hai letto il mio piano parto, forse ti ricorderai che avevo espresso chiaramente il desiderio di non ricevere né l’epidurale né altre forme di analgesia. Ma in quel momento ero davvero stanca. Le contrazioni andavano avanti da molte ore, e anche in un’ottica di riuscire a riposare un po’, l’infermiera mi ha proposto un’iniezione di petidina. Ho accettato, e devo dire che mi ha fatto davvero un grande effetto: riuscivo persino ad addormentarmi per qualche minuto tra una contrazione e l’altra. Sono riuscita a riposare più o meno dalle 2 alle 6 del mattino – ed è stato preziosissimo.

La fase attiva e la vasca

Alle 6 del mattino mi sono svegliata con una fortissima sensazione di spingere. Mi hanno visitata: ero a 7 cm di dilatazione. A quel punto mi hanno chiesto se volevo spostarmi nella vasca, come previsto nel mio piano parto — e ovviamente ho detto di sì. Entrare in acqua è stato meraviglioso: il calore, la leggerezza, il cambio di ambiente mi hanno dato nuova energia. In quel momento mi è stato anche offerto il gas anestetico come supporto per il dolore, che ho utilizzato fino alla fine.

Ascoltavo la mia musica, ricevevo piccoli massaggi e le ostetriche controllavano regolarmente il battito del bambino. Tutto stava andando esattamente come avevo immaginato. Ma soprattutto, accanto a me c’era mio marito, che è stato semplicemente perfetto. Mi offriva da bere, ogni tanto provava a farmi mangiare qualcosa, mi massaggiava la schiena, mandava qualche messaggio alle nostre famiglie per aggiornarle, assecondava ogni mia richiesta con una calma e una presenza incredibili. Se, come ti raccontavo prima, sono riuscita a dormire qualche minuto tra una contrazione e l’altra, lui invece è rimasto sveglio e attento per tutta la notte, senza mai fermarsi. Non avrei potuto farlo senza di lui, e gliene sarò sempre grata.

Le ostetriche che mi hanno accompagnata sono state sempre e solo due, esattamente come avevo chiesto nel mio piano parto. Avevo espresso il desiderio di non avere troppa gente attorno, e loro hanno rispettato pienamente questa mia volontà. Per tutto il tempo trascorso nel centro nascite, siamo sempre stati io, mio marito e loro due. All’inizio andavano e venivano, lasciandoci il nostro spazio e rispettando i nostri tempi. Ma da quando sono entrata nella vasca non mi hanno più lasciata sola. Dolci, incoraggianti, sembravano entrambe convinte che Noah sarebbe nato di lì a poco. Anch’io ci credevo. Ma così non è stato.

Intorno alle 10 del mattino, le contrazioni hanno iniziato a rallentare, fino a diventare meno frequenti. È uno degli svantaggi possibili del travaglio in vasca — non succede a tutte, ma può capitare. L’acqua calda e l’atmosfera rilassantepossono far sì che il corpo della mamma si rilassi talmente tanto da rallentare, se non addirittura fermare il travaglio.

Ed è esattamente quello che è successo a me: inizialmente le contrazioni si erano fatte sempre più intense, ma poi si sono diradate sempre di più. A quel punto, considerando che le acque si erano rotte da più di 12 ore, non era il caso di aspettare oltre. Le ostetriche mi hanno esortata a uscire dalla vasca, e questo ha funzionato: una volta fuori, le contrazioni sono riprese con più forza e frequenza, ed è lì che ho cominciato a spingere.

La fase espulsiva

Intorno alle 10:30 ho iniziato a spingere. E da lì è iniziata una delle fasi più intense e faticose di tutto il parto. Ho provato a spingere in tantissime posizioni: sdraiata, di lato, in piedi, seduta… sempre con il supporto costante di mio marito e delle due ostetriche, che cercavano in ogni modo di aiutarmi, di guidarmi, di sostenermi.

Ma niente sembrava funzionare. Ogni tentativo sembrava portarci sempre lì, a un passo, ma mai oltre.

Il tempo passava, e ben presto è diventato mezzogiorno e mezzo. A quel punto si vedeva la testa del bambino, si poteva anche toccare, ma non usciva. Per quanto mi sforzassi, per quanto mettessi tutta me stessa in ogni spinta, non riuscivo ad andare oltre quel punto.

Era come se Noah fosse bloccato, incastrato in quella soglia tra dentro e fuori, tra attesa e arrivo.

E io, stanca, sudata, svuotata, cominciavo a sentire che non ce l’avrei fatta da sola.

Di corsa in reparto

Alle 12:30 le cose sono cambiate all’improvviso. Il battito di Noah ha iniziato a calare, e le ostetriche mi hanno dato ancora qualche possibilità di provare a spingere, ma ero ormai troppo stanca per farlo con la stessa forza di prima. Ero esausta.

A quel punto, hanno preso la decisione di trasferirmi nel reparto medico. Nel giro di cinque minuti mi hanno sistemata su una barella e mi hanno portata via di corsa.

E proprio in quel momento, per la prima volta da quando si erano rotte le acque, ho avuto davvero paura. L’atmosfera era completamente diversa rispetto al centro nascite: le luci erano forti, la stanza piccola, e intorno a me c’erano una decina di persone che correvano e facevano cose che non capivo.

Mi è stato detto che sarebbe stato necessario praticare un’episiotomiala mia più grande paura — e che avrebbero dovuto usare la ventosa per aiutare Noah a nascere. Non era affatto lo scenario che avevo immaginato, ma a quel punto contava solo farlo nascere.

Ero spaventata, confusa, sopraffatta… ed è stato l’unico momento di tutto il parto in cui ho davvero urlato. Ricordo ancora mio marito e l’ostetrica accarezzarmi la testa e chiedermi con dolcezza di cercare di calmarmi.

E poi, alle 12:56, Noah è stato posato sul mio petto. E in un attimo, il dolore è scomparso.

Dopo circa un minuto mio marito ha tagliato il cordone. Avremmo voluto aspettare di più, ma non è stato possibile perché stavo perdendo molto sangue. Per la stessa ragione, non ho potuto espellere la placenta in modo naturale, ma è stato necessario somministrare un’iniezione per completare il processo.

Infine, mi hanno dato i punti per l’episiotomiauna parte un po’ fastidiosa, certo, ma che a quel punto sembrava secondaria rispetto a tutto il resto.


Conclusione

Nonostante tutto, l’esperienza del parto è stata per me profondamente positiva. Sono felice della scelta di aver optato per il centro nascite, anche se alla fine non ho partorito lì. Mi sono sentita rilassata, presente, accolta. E davvero, non troverò mai parole abbastanza grandi per ringraziare le ostetriche che mi hanno accompagnata: sono state gentili, rispettose, presenti al momento giusto. Non mi sono mai sentita sola.

Ripensandoci a mente lucida, molte cose non sono andate secondo il mio piano parto. Non ho partorito in acqua, non abbiamo potuto fare il taglio del cordone ritardato e nemmeno l’espulsione naturale della placenta, come avevo desiderato. Eppure, tante altre cose sì — e non sono dettagli.

Abbiamo fatto skin to skin immediato, l’allattamento è stato avviato subito, Noah non è stato lavato, siamo stati noi a pulirlo e a vestirlo. Non è mai stato portato via da noi, neanche per un secondo. Questo per me era fondamentale, e sapere che è stato rispettato mi riempie di gratitudine.

Anche se Noah è nato in ospedale, ho comunque trascorso più di 12 ore al centro nascite, ed è lì che ho vissuto il cuore del mio travaglio.

E posso dire che tutto il tempo trascorso lì è andato esattamente come desideravo: le luci soffuse, la mia musica, l’intimità, la presenza costante ma discreta di mio marito e delle due ostetriche che non mi hanno mai lasciata sola.

È stato esattamente il parto che avevo immaginato, fino a quando è stato possibile.

Il post-parto, invece… beh, quella è tutta un’altra storia. Preferirei rivivere il parto mille volte piuttosto che tornare a quei primi giorni con Noah.

Ma di questo parleremo più avanti.

Grazie per essere qui, per aver letto il mio post e per aver intrapreso questo viaggio con me. La maternità è un cammino ricco di sfide, ma anche di infinite gioie. Una Mamma Consapevole nasce per offrire uno spazio di condivisione, sostegno e riflessione lungo questo percorso. Non vedo l’ora di continuare a raccontarti la mia esperienza e di conoscere anche la tua.

Ricorda — non sei sola in questo viaggio. Connetti con me attraverso il blog e i social media, e costruiamo insieme una comunità di mamme consapevoli e forti. A presto, Mamma Consapevole!

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